All'interno del Dossier che Urbanisme n. 340/05 dedica alla mixitè urbana, il melting pot ma anche la ibridazione di funzioni, attività, destinazioni ed usi, ruoli, il contributo di Moncomble è una voce fuori dal coro.
Se tutti convergono sul fatto che le città vanno a grande velocità e che la dispersione urbana condurrà inevitabilmente a generalizzare un territorio fatto di ghetti e senza spazi pubblici, in certi luoghi - centri commerciali ma soprattutto i luoghi del flusso di massa, dei trasporti - sono emersi nuovi valori collettivi e un tipo di legami civili di tipo differente.
La sociologa di Paris 12 inizia a fare ragione dei mitici non-luoghi di Augè (1999) arrivando addirittura a definirli alti luoghi: luoghi per eccellenza civili, sociali, identitari.
non solo individua gli spazi effimeri per eccellenza, come stazioni e mall commerciali, come luoghi a pieno titolo della città contemporanea, ma avanza una serie di suggestioni sul fatto che proprio qui si stiano elaborando nuove relazioni tra l'individuo e la massa, tra il sé e l'altro, tra le molte appartenenze deboli che ciascuno "vive" banalmente e quotidianamente.
Le ipotesi di Montcomble sono coraggiose: una volta, scrive, si considerava con cautela il nomade, l'errante, il viaggiatore; oggi, ogni giorno, le attività di transito (in Francia) riguardano una massa che equivale alla intera popolazione residente, chi resta fermo è marginale o pericoloso. Per non dire dei movimenti virtuali: tutte le persone che navigano e si connettono tramite la rete. L'individuo si costruisce una identità sociale "mobile", adatta alla tipologia delle reti e non più del circolo chiuso. Nell'indifferenza fredda del periurbano, scrive Moncombe, si dipinge in questo modo uno scenario catastrofico per il futuro dell'umanità: la concezione di una identità che aborrisce il movimento ed il numero alimenta visioni nostalgiche e reazionarie. Il popolo della città diffusa viene stigmatizzato attraverso il nimbysmo (la difesa del proprio cortile) divenuto banana (nessuna costruzione in nessun posto vicino a me), come una comunità informe, marginale e priva dell'identità del luogo: chiusa nel proprio orticello suburbano. Ma, forse, siamo soltanto inchiodati ad una visione della città classica secondo la quale il periurbano manca per definizione e a priori di "cittadinanza".
Invece, conclude la sociologa, è prestando attenzione ai luoghi del transito e a come si sviluppa quotidianamente e per una enorme massa di cittadini, la "reazione egoistica vitale nei confronti degli altri" che si possono definire le identità contemporanee. Così come nei centri commerciali, società dionisiaca del mercato, si sviluppano attività di meticciato sociale, di appartenenza debole e multipla, di identità legata appunto al transito: entrare, errare, aggregarsi, acquistare, uscire.
E, infine, una riflessione sugli spazi pubblici: forme vaghe e multiple talvolta poco attrattivi come le sedi delle amministrazioni burocratiche dove però si sviluppano flussi di persone, incontri, aggregazioni, servizi urbani. Certi luoghi, dunque, elevano l'acquisizione di valori collettivi per adesione al ritmo di massa, la sottomissione alla segnaletica, l'accettazione di codici condivisi, riconoscimento di un bene comune e - alla fine - messa in conformità di sé stessi rispetto agli altri (un legame civile). Altro che non-luoghi!